lunedì 28 maggio 2018

Segnalazione Centrale Rischi: la banca non vi può segnalare per il ritardo momentaneo di un pagamento

In questo blog abbiamo trattato con una certa frequenza il ruolo assunto negli anni dalle banche dati ove sono segnalati i clienti delle banche morosi, ossia coloro che non hanno regolarmente adempiuto al proprio obbligo di rimborso di un finanziamento/mutuo in favore dell'istituto di credito (vedi qui).

Uno degli aspetti più delicati di questo sistema, il cui fine è quello di rendere noto al sistema bancario che un cliente è in una posizione di difficoltà ad onorare il proprio debito (evitando che il cattivo pagatore continui ad aumentare la propria esposizione verso gli intermediari del credito), riguarda la segnalazione illegittima.

Vi sono casi, infatti, ove la segnalazione alla Centrale dei Rischi presso la Banca d'Italia, o alle altre banche dati private non corrisponda alla realtà, ovverossia non rappresenti in modo corretto la posizione debitoria, oppure non vi siano i presupposti per l'indicazione del debitore.

La segnalazione è altresì illegittima quando il debitore rimane segnalato pur avendo adempiuto al proprio dovere, non trovando più giustificazione la presenza del proprio nominativo nella banca dati.

La segnalazione non è legittima, inoltre, nel caso in cui il debitore sia in ritardo nel pagamento di una rata del proprio finanziamento/mutuo o altra posizione con la banca, in quanto può derivare da una  vicenda transitoria legata anche a difficoltà temporanee e collegate, ad esempio, allo specifico ambito ove il credito bancario è stato richiesto e concesso.

La sentenza che potete leggere di seguito affronta tale argomento, evidenziando il ruolo che deve assumere l'istituto di credito segnalante, il quale è chiamato a valutare in modo attento la posizione creditizia "entrata in crisi".

La banca, in altri termini, non può limitarsi a prendere atto del mancato pagamento della rata da parte del cliente, ma deve operare una valutazione della posizione comprendendo anche le ragioni dell'inadempimento momentaneo della controparte.

Questa valutazione rientra negli obblighi dell'intermediario verso il cliente e consentono di gestire in modo più corretto il rapporto, consentendo alla banca di segnalare adeguatamente il debitore moroso solo se sussistono i presupposti previsti dalla normativa di settore e laddove sia giustificato tale atto.

E' noto, infatti, che la segnalazione alla Centrale dei Rischi (o ad altra banca dati privata) comporta un marchio verso il segnalato, impedendogli di fatto di accedere al credito.

La mancata valutazione della posizione in modo corretto comporta, secondo quanto affermato dalla Suprema Corte (tesi peraltro già affermata in altre sentenze), una responsabilità contrattuale della banca, chiamata a risarcire il danno sofferto dal cliente nel caso in cui siano violati i doveri di correttezza, diligenza e trasparenza. 

La Corte di Cassazione è, sul punto, estremamente chiara ed evidenzia che: "La normativa emanata al fine di dare attuazione al D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, art. 51, comma 1, (per una ricostruzione del sistema, v., ad es., Cass. 12 ottobre 2007, n. 21428), infatti, sebbene persegua interessi pubblicistici di contenimento dei rischi bancari, finisce, nel momento in cui delinea i presupposti che giustificano la segnalazione alla cd. Centrale Rischi, anche per integrare il contenuto del rapporto contrattuale con il cliente.

E', infatti, evidente che la puntualizzazione dei limiti che giustificano, in quanto doverosa, una iniziativa suscettibile di incidere sulla reputazione economica e l'operatività bancaria dei clienti è destinata anche a proteggere direttamente questi ultimi interessi, rispetto alla diffusione di dati che le banche conoscono in ragione dello specifico rapporto obbligatorio che le lega al cliente stesso.

Ne discende che la violazione di tale disciplina - laddove si traduca nell'erronea individuazione della ricorrenza di siffatti presupposti genera una responsabilità negoziale della banca, sulla quale grave l'onere, in coerenza con i principi generali desumibili dall'art. 1218 c.c., di dimostrare, ove sorga controversia, l'adempimento dei propri obblighi (ancorchè essi siano frutto, come nella specie, dell'integrazione del contenuto del contratto).
Ulteriore conseguenza delle superiori considerazioni è che le contestazioni del cliente rappresentano mere difese sottratte al regime delle preclusioni.".

Si tratta, quindi, non tanto di un inadempimento dei doveri formali legati alla segnalazione presso la Centrale dei Rischi, ma piuttosto di un inadempimento del generale  dovere di valutare (secondo buona fede) se il cliente doveva essere segnalato, tenuto conto della posizione e del credito concesso.

Il solo inadempimento momentaneo della rata del mutuo, quindi, non può generare la segnalazione se non accompagnato da una valutazione della posizione bancaria.

Qui di seguito la sentenza.

martedì 15 maggio 2018

I giudici italiani alla "rincorsa" dei bitcoin: controversie e soluzioni - nullo il contratto di commercializzazione a distanza di bitcoin privo di informativa precontrattuale

Come abbiamo già visto in passato (vedi qui), il bitcoin è una criptovaluta digitale distribuita e generata da una rete decentralizzata «peer to peer» (vale a dire, una rete di server uguali tra loro). Questo significa che non esiste alcuna banca o autorità centrale che stampa moneta e influenza il valore di un bitcoin, il quale è dunque affidato solo alle leggi della domanda e dell'offerta. Non c’è un ente centrale ma database distribuito che traccia le transazioni, e sfrutta la crittografia per gestire gli aspetti funzionali come la generazione di nuova moneta e l'attribuzione di proprietà dei bitcoin.

Il fatto che il bitcoin sia una criptovaluta tra le più controverse, elusive e diffuse nella nascente economia digitale, non significa, però, che i governi e le autorità di vigilanza non si stiano attivando per regolare il fenomeno. D'altronde, l'anonimato (o, ancor meglio, l'assenza di tracciabilità) di cui gode questa valuta digitale pone non pochi problemi sia sotto il versante fiscale che sotto quello dell'antiriciclaggio e del finanziamento del terrorismo internazionale (si veda, a tal riguardo, i pioneristici tentativi avviati sin dal D.Lgs. 231/2007 per porre un freno ai  movimenti virtuali di denaro riciclato). 

In questo quadro molto complesso e foriero di nuovi sviluppi, si muove la prima sentenza di un giudice italiano (v. sentenza n. 195/2017 del Tribunale di Verona) che equipara il bitcoin ad un contratto d'investimento. 

Il caso prende le mosse da una società che ha effettuato il bonifico di un'ingente quantità di valuta reale per ottenere da un intermediario finanziario la "consegna" virtuale di valuta bitcoin, ed acquistare su un portale online le quote di partecipazione di una "start up". Tuttavia, per i medesimi non è stato possibile prelevare i bitcoin dall'account creato e gestito a distanza dall'intermediario, né riconvertirli a breve termine in valuta reale, e ciò fino al fallimento della società a cui faceva capo l'intermediario. Come si può notare, emerge il problema della distanza e " virtualità" delle transazioni e, soprattutto, dell'assenza di precisi oneri di informativa da ricondurre, eventualmente, a siffatta operazione. 

Infatti, la motivazione offerta dal giudice rispetto alla domanda di nullità dell'attore ha preso le mosse, testuali parole, dal "rapporto (necessariamente contrattuale) che si perfezionò tra gli odierni attori e la società convenuta, in forza del quale - al di fuori della benché minima "puntuazione" informativa e di qualsivoglia tracciatura formale (...) ebbe luogo il cambio di valuta reale con "bitcoin"." 

In altre parole, si è trattato, in primo luogo, di dare una qualificazione contrattuale all'operazione in esame e, in secondo luogo, di verificare se questa andava assoggettata alla disciplina consumeristica sugli oneri informativi a favore dell'investitore non professionista. 

Sotto il primo versante, il giudice, rifacendosi a definizioni già offerte dalla Corte di Giustizia, ha così statuito: " 
L’operazione di cambio di valuta tradizionale contro unità della valuta virtuale bitcoin e viceversa, effettuate a fronte del pagamento di una somma corrispondente al margine costituito dalla differenza tra il prezzo di acquisto delle valute e quello di vendita praticato dall’operatore ai propri clienti è qualificabile - dal lato dell’operatore - come attività professionale di prestazioni di servizi a titolo oneroso, svolta in favore di consumatori."

Infine, il giudice ha optato per ricondurre all'operazione in oggetto gli obblighi informativi precontrattuali previsti, nel dettaglio , dagli artt. 67 - decies e ss. cod. cons. ed, in sintesi, relativi alla tipologia di investimento ed alla loro adeguatezza verso il consumatore. Dall'inosservanza di tali obblighi discende la nullità (c.d. nullità relativa) del contratto e l'obbligo, da parte dell'intermediario, di restituire le somme. 

In conclusione, sebbene non si sia ancora trovato un punto fermo, è di particolare interesse come la giurisprudenza incominci a ricondurre tali fenomeni, così volatili, sotto categorie "forti" e richiedere oneri stringenti di informativa, alla stregua di un prodotto finanziario. 

Di seguito, il testo del provvedimento.

lunedì 7 maggio 2018

Banco BPM: attenzione alle 313 filiali chiuse

Avviso ai correntisti del Gruppo Banco Popolare - BPM che potrebbero, nelle prossime settimane, rimanere vittime della decisione di chiusura di 313 filiali decisa nelle ultime settimane dalla banca.


Entro fine giugno 2018, la banca ha deciso di tagliare molti sportelli, giustificando la decisione con il fine di eliminare le filiali “meno performanti e più piccole in termini si risorse”. Le filiali oggetto del taglio attuato dal gruppo Banco Bpm ha deciso di chiudere già entro la fine di giugno 2018. 

La scelta attuata dal nuovo gruppo bancario rientra nel piano industriale finalizzato alla completa integrazione tra il Banco Popolare e l’ex- gruppo Bpm.

In alcuni casi, la chiusura delle filiali è volta ad evitare le sovrapposizioni di sportelli, ma in altri casi si nota la semplice eliminazione di istituti di credito collocati in località periferiche, destinate a non avere un istituto bancario sul territorio.

Qui di seguito, l'elenco delle filiali che verranno chiuse a giugno 2018, o comunque nei mesi successivi.

martedì 1 maggio 2018

Intermediazione finanziaria: è valido il contratto monofirma!

Le Sezioni Unite della Cassazione mettono fine al contrasto relativo alla validità del contratto monofirma, ossia il contratto quadro ex art. 23 TUF sottoscritto dal solo investitore, ma non dalla banca.

Ricordiamo che il contrasto sorto nella giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, aveva ad oggetto la validità di un contratto non firmato da una delle parti, la banca (vedi).

I Giudici di legittimità hanno, in alcune circostanze, cominciato a dichiarare non valido il contratto quadro (ex art. 23 TUF) firmato dal solo investitore e non dalla banca.

Vi ricordiamo che questo contratto è quello mediante il quale la banca ottiene il mandato dall'investitore ad operare per suo conto sui mercati finanziari, acquistando e vendendo valori mobiliari.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che questo contratto è valido anche in assenza di firma della banca, in quanto tale requisito ha una finalità di tutela del contraente debole, l'investitore, che deve esprimere un consenso informato rispetto al rapporto che viene avviato con la banca. Tale risultato viene, secondo la Corte, raggiunto con la firma del contratto da parte del risparmiatore, mentre l'eventuale assenza della firma della banca non compromette il rapporto contrattuale.

La Cassazione ha così concluso: "Il requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo ai servizi di investimento, disposto dall’art. 23 del d.lgs. 24/2/1998, n. 58, è rispettato over sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente la sola sottoscrizione dell’investitore, non necessitando la sottoscrizione anche dell’intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti.".

Qui la sentenza.

sabato 28 aprile 2018

Hanno aumentato i costi del conto corrente di 25 euro? non è sempre legittimo (come difendersi)

Il Collegio di Torino dell'ABF, con la recente decisione n. 4845 del 5 maggio 2017, ha dichiarato illegittima la condotta della banca che aumenta i costi del conto corrente in assenza di un giustificato motivo.

Nel caso di specie, un correntista si è rivolto all'ABF per chiedere la restituzione delle spese addebitate dalla banca a titolo di "spese per elaborazione competenze del periodo di liquidazione" un aumento di euro 25,00, giustificate quale partecipazione una tantum del correntista alla creazione del Fondo Nazionale di Risoluzione creato per le crisi bancarie.

La banca, quindi, aveva giustificato l'addebito ai clienti con il recepimento in Italia della Direttiva 2014/59/UE che ha istituito del citato Fondo, al quale ogni intermediario bancario deve partecipare.

La scelta è stata, nella specifica vicenda affrontata dall'Arbitro, così giustificata "Il Banco in questo frangente ha ritenuto opportuno evitare di aumentare strutturalmente il costo puntuale di singoli prodotti o voci di spesa (peraltro i nostri conti correnti, come da tabelle di confronto degli Indici Sintetici di Costo, continuano a rimanere tra i più competitivi del mercato), ma ha preferito agire con la massima trasparenza introducendo una spesa, della quale viene chiaramente indicata la finalità, limitata alla sola liquidazione del 31/12/2016. La nota in calce alla "proposta" precisa, infatti, che a partire dal 1/1/2017 le spese in esame torneranno ad assumere il valore precedentemente attribuito".

L'Arbitro ha ritenuto tale aumento una tantum non legittimo, ovvero non conforme all'esercizio da parte della banca dello ius variandi che le spetta ex art. 118 TUB, ovvero la possibilità di poter modificare unilateralmente le condizioni del rapporto bancario con aumento - anche momentaneo - delle spese di tenuta del conto corrente.

In particolare, l'ABF ha ritenuto che la banca non abbia rispettato il principio del giustificato motivo, presupposto necessario per legittimare la modifica delle condizioni contrattuali, né abbia chiarito tali ragioni al cliente.

E quindi, il cliente ha ottenuto la restituzione dei 25 euro addebitati dalla banca.

Cosa vi consigliamo? diffidate la banca a restituirivi gli euro addebitati dalla banca e, in caso di risposta negativa, rivolgetevi all'Arbitro Bancario Finanzario.

giovedì 19 aprile 2018

Conto corrente - la modifica unilaterale delle condizioni da parte della banca non è sempre legittima

Negli ultimi mesi sono numerose le comunicazioni con le quali la banca rende noto ai clienti la modifica unilaterale delle condizioni applicate al conto corrente.

E non è raro che tale modifica comporti un aumento delle spese di tenuta del conto corrente, con conseguente maggiori costi per il cliente.

Questo aumento/modifica è legittimo? la banca può imporre le condizioni (salvo consentirci di cambiare il conto)?

L'argomento, attuale, riguarda le recenti modifiche che molte banche hanno introdotto nei contratti, come ad esempio il Banco Popolare, e che sono state oggetto di numerose polemiche.

La Banca d'Italia, con una recente nota del 28 marzo 2017, ha fornito una serie di indicazioni agli intermediari, volte a chiarire quando le banche possono modificare unilateralmente le condizioni contrattuali con i clienti, esercitando lo jus variandi, previsto dall'art. 118 TUB.

La nota, che potete leggere di seguito, chiarisce che da una parte la banca può modificare unilateralmente le condizioni con la clientela, previa comunicazione, e dall'altra limita tale possibilità da parte dell'intermediario.

In particolare, il diritto di modifica unilaterale delle condizioni può avvenire se:
(a) è prevista dal contratto;
(b) sussiste un “giustificato motivo”.


La Banca d'Italia ha chiarito, sul punto, che il “giustificato motivo” deve essere reso noto al cliente, secondo i criteri di trasparenza e correttezza che deve accompagnare la condotta dell'intermediario bancario nei confronti della clientela.


Proprio per tale ragione, la nota inviata da Banca d'Italia lo scorso 28 marzo 2017 include un invito rivolto alle banche di valutare le modifiche contrattuali introdotte nel 2016, con le quali sono state previste variazioni temporanee delle tariffe (c.d. modifiche una tantum).

Banca d'Italia ricorda, a tal proposito, che tale modifica è legittima solo se:
- è preceduta da comunicazione al cliente (2 mesi prima);
- il cliente può recedere dal contrato senza dover versare alcuna penalità;
- è supportata da "giustificato motivo";
- la ragione della modifica è chiarita al cliente.

Se la banca non ha rispettato questi presupposti, potete rivolgervi all'arbitro bancario per chiedere che sia dichiarata l'illegittimità della modifica contrattuale, previo reclamo inviato alla banca.

Qui di seguito, la nota della Banca d'Italia.

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